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Le Tante Cose che bisognerebbe sapere prima di ascoltare un pezzo dal sapore adolescenziale.

E che ci vada il punto a fine del titolo non è antropologicamente corretto ma mi andava così.
Ci sono momenti e situazioni in cui sempre e comunque si è convinti che – come un aforisma – una canzone parli a noi e solo a noi narrandoci pezzi della nostra vita passata, spiegandocene il contenuto, spiattellandocene gli intrecci pagina prima di pagina manco fosse un giallo di cui il solito amico stronzo vuol subito descriverci minuziosamente il finale. E giù di spoiler… cioè ma di spoiler massivo… cioè tipo così!

S

P

O

I

L

E

R

E di tutta questa vicenda a ben guardare ne avevamo già parlato qui.
Ed il fatto che io sia un ucronico convinto vi deve aver sicuramente portato a chiedervi nel profondo dell’animo vostro non solo quanti refusi ancora troverete cazzeggiando su questo post ma anche e soprattutto se io – incasinando la programmazione – non stia per tirare fuori una verità sconvolgente che tutti vorreste vivere last minute piuttosto che low cost ed in largo anticipo.
Fate bene, esperimento riuscito… per il semplice fatto che la verità qui scritta è una ed una sola… non sappiamo, nessuno sa come andrà a finire.

Ma c’è una cosa che vi voglio dire, e fa il paio con qualcosa che sui Baustelle ho scritto qualche giorno fa… non so, chessò, tipo ieri o la settimana scorsa… una cosa che suonava più o meno come “Ne riparleremo ma… i Baustelle sono un romanzo di formazione ben riuscito!”
… quella cosa è un monito. Se avete la mia età, cioè quella indifenita porzione di tempo tra i 23 ed i 36… in cui tutti ti sembrano tuoi coetanei e soprattutto le pischelle di tipo 19 anni credono tutte tu sia abbordabile e su piazza… e si fanno i film anche se dici “Non senti guarda ti voglio un bene cane scopiamo a quel Biondoddio assieme ed hai ragione ma… non può esserci nulla tra noi per una serie di motivi tipo questa canzone…”… se avete la mia età – 36 primavere autunnali o 36 estati di cui 18 passate a vivere al mare e le 18 seguenti passate ad odiare il mare per overdose di iodio, bikini, biliardino e lattine di peroni – dicevo cazzo prima che le subordinate si impossessassero del senso della principale… dicevo… se avete la mia età ascoltate i Baustelle e soprattutto la casnzone “Cristina” con moderazione. Perchè dentro ci sta un cazzinculogravissimo dietro ogni angolo di strada… dietro ogni rima, ogni capoverso ed ogni verso di mmmerda. Ma forse a voi tutto questo effetto non lo fa e questo è solo il segno che quella canzone io non debbo più ascoltarla se voglio preservare un pochetto della mia sanità mentale. Perchè ci sta tutto un intreccio di nomi e onomastici che poi ti porta a pensare che quel testo sia stato scritto per te contravvenendo a quello che abbiamo detto pocanzi e cioè che gli aforismi sono da evitare e gli orgasmi da apprezzare.
Perchè il nome della dedica è un fantasma… ma il contenuto di quella dedica calza a pennello con un altro fantasma della mia vita. E, purtroppo, uno dei due fantasmi ha sempre affermato con radicale perseveranza di voler avere come nome proprio di persona non il suo ma quello di un terzo fantasma, il più ingombrante, il più grosso adesso.
E quindi niente… alle 6 di mattina di un uggioso e sobrio mercoledì ottobrino mi sento in dovere di mettervi tutti in guardia: se avete 36 anni… e tipo avete fatto Genova 2001 e Firenze 2002 e Cosenza 2002 ed un sacco di turismo politico e di vita di federazione con annessi bicchieri di Fernet in sputi di caffè e coi piedi e con le mani… non ascoltate “Cristina”.
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Francesco Bianconi non volermene!

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Catarsi è una parola che non si comprende… fino a quando non si sferra per bene un cazzotto… contro un muro innocente, contro una porta incolpevole, contro un sacco che è fatto apposta.

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Il tatuaggio è un linguaggio che si cuce sulla pelle ed accompagna fino alla tomba. Anche quando perde colore, rimane lì a dire qualcosa di te. In molti sapete tanto di quel che porto cucito addosso… e questo lo sappiamo, lo abbiamo detto mille e mille volte nelle settimane passate, giusto? Sì, giusto. Ci sono soggetti che dovrebbero trovare spazio su di me… ma che per una ragione o un’altra rimarranno non scolpite, non vergate sulla mia pelle. A ben guardare la ragione è una sola: lo stile old-school non mi piace per niente, non riesco ad immaginarmelo addosso. Ed il soggetto di cui parlo principalmente, quello che avevo in testa oggi prima di sedermi di fronte alla tastiera del PC è uno ed uno solo: la lametta da barba.

La lametta è uno dei simboli più usati da pugili, carcerati ed appassionati dello stile antico del tatuaggio. C’è molta disinformazione sul significato di questo disegno. In molti associano la lametta al suicidio, al tagliarsi le vene. No, siamo decisamente fuori strada. Come pure siamo fuori strada se parliamo di droga – specificatamente eroina. Non c’entra nulla… ma proprio per niente. Più o meno la storia delle pere è assimilabile ad un soggetto differente, il rasoio… per le ragioni di cui sopra. Alla fine la scelta dell’eroina è quella di un suicidio delegato ad altra mano… o altro strumento dal rasoio. La lametta con tutto questo non c’entra. La lametta è un disegno che si adatta specificamente al pugile… in senso esteso al guerriero. Perchè un guerriero è solitamente un pugile… che combatte le sue battaglie metaforiche fuori dal quadrato del ring.

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Storia breve della lametta da barba a bordo ring. Che cazzo ci fa la lametta da barba a bordo ring? Semplicissimo. Guardatevi Rocky I e II (min.2.00 ma guardatelo tutto perchè è un momento lirico della mia infanzia ed un video cui il mio cuore per mille ragioni anche molto vicine è legatissimo) per capirlo. Ok vi tolgo l’impiccio, pigroni: la lametta da barba si usa per incidere leggermente le palpebre quando sono talmente gonfie da non riuscirsi più ad aprire. Diciamoci la verità fino in fondo: non è una leggenda metropolitana, questa, ma una storia che affonda le radici in una boxe che non esiste più. Perchè ormai da decenni,quando si sanguina e si sanguina tanto, quando le ferite non si rimarginano, l’incontro viene interrotto per sanguinamento e chi sanguina perde a tavolino. Si chiama KO tecnico… ed è una gran rottura di palle. Quindi tranquilli: nessuno più fa cose splatter a bordo ring. Anche perchè solitamente con gli occhi chiusi interviene la stessa sospensione dell’incontro… quindi non esistono ragioni di usare la lametta.

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Nella boxe dei tempi che furono, invece, la lametta si usava eccome. E non era un gran bello spettacolo.
Visto e considerato che il tatuaggio è un linguaggio antico, che parla spesso di un mondo che non esiste più e ne parla sempre per metafora cercando un simbolo o un segno che descriva un tratto… la lametta indica lo spirito così indomito da essere pronto a soffrire e soffrire e soffrire, fino alla mutilazione, pur di rimanere in piedi e non vedersi o farsi raccontare sconfitto.

Non fatelo voi, non fatelo mai… salvo non ne sentiate davvero drammaticamente il bisogno… ma vi assicuro che tirare un pugno contro un muro è una esperienza liberatoria, catartica. Ecco, non mi è mai stato chiaro il termine catarsi finchè non ho tirato io per primo un pugno contro un muro. Un muro non lo rompi con facilità. Un muro a mani nude non lo rompi… credo avrebbe faticato anche Lennox Lewis a sfasciare un muro con un cazzotto. Molto più probabilmente a dire ciao sono non tanto le nocche quanto le complicate ossa del metacarpo ( e presto vi vorrò raccontare di quando con il settore V del metacarpo destro sfasciato, trovai il tempo di recitare la parte di Giovanni dalle Bande nere che si fa amputare la gamba dicendo al segaossa “Tranquillo, le faccio luce dottore” con la dotoressa di ortopedia e mi misi anche in testa di provarci). Molto meglio il sacco, ve lo garantisco. Molto meglio il sacco che è fatto a bella posta per essere riempito di pungi. Il sacco è duro, non immaginatevi una cosa morbida da prendere a pugnetti. No! Il sacco è tostissimo. Prendere a pugni il sacco stanca, accascia. Ci si ritrova sudati. Ci si ritrova senza fiato. E se metti il paradenti perchè ti piace avere contatto fisico con il sacco, ti piace abbracciarlo, beh potete trovare anche sangue nel paradenti se avete le gengive fragili – come le mie.
Nella preparazione pugilistica efficace le ripetute al sacco – che sarebbero una scarica di pugni tirati in rapida successione senza mai fermarsi e con un ritmo altissimo ed una buona dose di forza – sono pane quotidiano. Servono a condizionare la velocità articolare e a far irrobustire la fibra. Ma il dolore dopo poco ti fa bruciare le spalle e le braccia. Dopo un po’ se non sei davvero allenato, le nocche ti dolgono parecchio e i pungi non li senti più. Senti solo la voce del maestro… o se sei solo senti solo la tua voce in testa che ti dice: “Ancora uno ancora uno ancora uno ancora venti secondi ancora trenta secondi non mollare dai dai dai dai tieni il ritmo…”. E se sei solo ad allenarti di solito parli molto di più e inciti molto di più se stai davvero male e ti sei messo al sacco perchè stai male, perchè soffri, perche c’hai un dolore che vuoi mandare giù, un vuoto da colpamre, una solitudine da spegnere.
E poi senti la campanella della fine dell’esercizio e se l’hai fatto bene ti inginocchi un attimo e… ti mangi e ti bevi quel dolore.

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Allora ci sei stronzo… allora ci sei… allora sono vivo!“.
Un sacco di persone inutilmente sostengono che la boxe aiuti a scaricare i nervi per il semplice fatto che tirare pugni farebbe diminuire la tensione. Non è un procedimento meccanico che associa il cazzotto tirato alla sfogata di nervi: picchio dunque mi scarico. Niente ergo cartesiani. No… colpisco, colpisco e colpisco quindi avverto la fatica, lo stress muscolare, la sofferenza. Nel frattempo sudo e produco endorfine. Le endorfine si vanno a impastare con il dolore che sento e che mi regala la percezione del vivere… perchè sono le emozioni e le sensazioni forti a farci sentire vivi… e quel benessere chimico regalato dalle endorfine nel nostro cervelo si salda alla sensazione di vitalità regalata dal dolore… e ci convinciamo che la boxe ci fa bene. Ci rilassa. Ci libera dalle tensioni.

Tutto questo non vale, ovviamente, se il pugno è uno solo e lo schiantate contro muri o superfici dure incolpevoli. Sapete perchè? Non c’è produzione di endorfine… e la sensazione di dolore, impetuosa ed in unica soluzione, vi darà solo il piacere di distogliervi dalla preoccupazione o dalla sofferenza che vi ha fatto scagliare il pungo. Omeopatia. Che non serve a parere dello scrivente, ad un cazzo di niente.
Don’t try this at home… anche perchè le fratture al metacarpo sono di solito dure a passare completamente. E non sempre l’ortopedica è una donna sui quaranta bellissima, con un profumo delicatissimo, con delle mani tenere di una gentilezza comprensiva, che cercando di fare di tutto per rimetterti a posto la mano senza farti soffrire, ti sussurra “Gioia mia calma… scusami se ti fa male ma dobbiamo fare così… ma come hai fatto gioia mia? Dai resisti, piano piano che ho quasi finito… madonna povero quanto starai soffrendo…”. No, non va sempre così. A volte ho avuto culo nella vita lo ammetto. Ma questa ve la racconto domani… ve la racconto domani così un po’ ci ridiamo… su!

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Ho trovato il tempo di riaffezionarmi ai guantoni, ai paradenti, ai sacchi. Ero fermo da tempo per colpa di una brutta disavventura di strada di cui poi vi parlerò un giorno… tra qualche giorno… giusto perchè adesso non voglio mischiare sofferenza, rabbia e disillusioni (che spero di deludere) nobili, con qualcosa di terra-terra.
Non lo so perchè sempre nella mia vita sessioni di quel mondo fantastico che è la mia passione coincidano con la terza decade di aprile, con la riapertura di Fronte del porto, con tutto questo. Ma anche l’anno passato negli stessi giorni, reagivo alla vita nello stesso modo. Mentre cominciava qualcosa di importante, tanto importante, troppo importante, infinitamente importante. C’è un sogno bellissimo: risvegliarmi il 25 aprile e scoprire il piacere di un ciao.

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E poi alla fine lei… L’onda!

Che la forma grafica sua ce l’ha ed è chiara… Sta li sospesa pronta a travolgerti ma anche a chiuderti e proteggerti… Essere sfidata ed essere vinta… E poi tornare a sormontarti e tu non sai che sarà di te e se abbia un senso tornare a sfidarla… Ma sai che lo farai anche se dovesse ributtarti sotto! Perché l’hai trovata sulla tua strada in un modo atroce e sghembo… E quindi è destino che tu viva con lei… Ed è il caso che lo capisca anche lei!

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Innanzitutto l’onda è un motivo grafico ridondante… un oggetto che i giapponesi utilizzano molto nei loro disegni tradizionali per delimitare gli spazi della scena. E per riempire dei vuoti… che lo sappiamo tutti, quando si disegnava in passato vigeva una sorta di pericoloso e drammatico horror vacui per cui gli spazi negativi andavano riempiti. L’onda si usava per questo.

Ma alcune felici coincidenze ed il significato primigenio che poi l’onda in forma singola ha assunto nel linguaggio del tatuaggio ttradizionale japan mi hanno convinto ad utilizzarla molto più spesso… non già come motivo grafico ridondante, ma soprattutto per marcare alcuni concetti fondamentali.

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Innanzitutto l’onda è sinonimo di qualcosa che scorre, quindi della mutevolezza della vita attorno a noi… è sinonimo di un cambiamento imminente, imminente e non rinunciabile. Un cambiamento che non possiamo evitare a cui non possiamo opporci… come la forza di un sentimento che ciu travolge, no? Come uno tsunami emozionale che ti piomba addosso e ti fa sentire vivo per il solo fatto di averla scampata bella!
Ancora, l’onda è la forma ciclica del ritorno, sempre mutato, mutevole nella forma e nelle proporzioni… ma sempre di ritorno parliamo, di alcune realtà che nella vita non possono essere evitate: lutti, gioie, amore, delusioni. E siccome non volevo dimenticarmi che le delusioni e le tristezze sono spesso ridondanti nella mia vita, le difficoltà di relazione e le paure sono protagoniste ultimamente… ma anche per non rassegnarmi all’idea di non potermi più innamorare (cosa per fortuna scampata) ho deciso di mettere un po’ di onde su di me.

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TRanquillo, qualcosa arriverà presto a sparigliare tutte le carte, confonderti le rotte, mandarti gambe all’aria… ma fa parte dell’ordine naturale delle cose… è stato destino che tu capitassi a tiro di quell’onda… è destino finirci sotto… sarà destino tutto quel che succederà dopo. Non puoi opporti… puoi solo sapere che è un cambiamento, come tutti i cambiamenti spaventa… ma affezionati a questa idea… non ti liberrerai di lei!

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Con oggi abbiamo finito ma mi corre l’obbligo di fare alcune precisazioni:
– il lavoro sul braccio destro si concluderà solo l’ultimo martedì di maggio, con la seduta conclusiva. Posterò dopo di allora le foto ben fatte a tutte e due le braccia complete. Allora… e pezzo per pezzo, potrete poi ammirare il lavoro completo di tutti i dettagli e tutte le chiusure (fascioni decorativi, fiorellini di ciliegio e simili). Io stesso ho ancora molta difficoltà ed un certo fastidio a guardare la geisha e la lupa ancora non complete… ma fa parte anche del percorso di guarigione dalle ansie affezionarmi ad i tempi tra una cosa e l’altra… e non vivere tutto come un Ora o mi farà troppa paura aspettare.
– mentre ultimavamo il lavoro sul braccio, cioè mentre veniva terminato il disegno sul braccio e la lupa compariva assieme alle onde… mi dicevo che era finito, era finito tutto… che non avevo più nulla da scrivere. Bugia, c’è dell’altro, c’è sempre dell’altro… e mi sono sentito molto obbligato a non fermarmi e prendere quindi un altro appuntamento, precisamente martedì 9 giugno, per la realizzazione di un pezzo singolo… sulla parte lombare, da sopra al coccige fino a poco sotto il centro della schiena… contenuto in uno spazio quadrato. Un pezzo singolo con alcuni dettagli fondamentali. Lo posterò appena esguito… per il vostro godimento.
– vi dico già che è anche prevista la creazione di un pannello che avvolga la parte superiore dei pettorali in modalità fronte retro. Ci sarà una immagine lunga che sulle spalle avrà quel che si vede guardando quella immagine da dietro. Con quest’ultimo pezzo, molto complesso, che richiederà credo 4 sedute, terminerò il mio progetto di scrittura che comincerò ad ottobre 2015     e mi vedrà impegnato fino credo a marzo 2016. Per ora…

Altri pezzi singoli seguiranno… a definire e delineare altri pezzi della mia vita. Ma c’è ancora tutta la mia vita da vivere e poi scrivere quindi… boh, sul dopo pannello ci risentiremo!

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E niente questo è il penultimo post sulla questione dei tatuaggi… Però va finito…

E niente qui siamo quasi alla fine… Con uno dei disegni più importanti per me: la Lupa… Non perché io sia romanista visto che io sono interista… non perchè io abbia ansia di allattare Romolo e Remo come qualcuna ha detto… ma perchè la lupa a chiusura di questo percorso ha il significato più impotante di tutti.

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Quando qusto progetto è iniziato mentalmente io sapevo che a breve mi sarei sposato. Poi m’è scappato da cacare e lo sanno tutti. Questo però non vuol dire che io abbia completamente abbandonato il progetto non tanto o non esclusivamente del matrimonio… ma soprattutto il progetto e proposito di costruire un piccolo branco, una famiglia. Avere dei figli, dei cuccioli. Io non voglio allattarli, non ne sarei in grado, lo sapete, non ho mammelle galactifere – che bel neologismo mi sono inventato con l’uso di lingua morta di greco… mi da di galassie, di robottoni, di guerre stellari.

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La lupa è nell’immaginario collettivo diversa dal lupo… che in Europa grazie ai fratelli Grimm è il pedofilo, in buona sostanza. Il lupo è la forza primigenia del male, del caos che si mangia il sole – Asgard – della caccia, del portare morte e distruzione. E’ un simbolo che velatamente si pone come caos riordinatore, come distruzione dell’universo e dell’orizzone finora conosciuto e rinascita. Il Lupo è il Satana di Carducci, la forza dell’istinto. Come la Tigre giapponese ma con una connotazione morale – che noi occidentali ci dobbiamo mettere sempre perchè detestiamo un mondo che non sia ordinato per concetti quali amico e nemico. Oh…
… ciò detto io sul braccio non ho un lupo!

La lupa, nella tradizione occidentale – visto che in Oriente questo animale non ce l’hanno – ha una valenza completamente differente dal suo collega di razza ma non di sesso. Il cazzo è che nel tratto dipinto non ci puoi mettere i caratteri genitali – che in Giappone sono vietati – quindi devi dire ogni volta a voce: No, non è un lupo… è una lupa e non c’è niente di calcistico dietro… davvero… (precisazione sempre doverosa… io i romani romanisti li ho sulle palle… i laziali no: c’hanno stile ed un certo savoir faire che per esempio il mio caro amico e stilista d’interni Cristiano può capirmi visto che è laziale, minimal e molto serio).

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La lupa nella tradizone occidentale è la rappresentazione grafica della cura per i propri cari. La cura a prescindere da tutto e contro tutti. La cura che non conosce requie e ferie. La cura che si declina nelle parole: sostentamento, protezione, azione. La lupa non sta lì buona a guardare intorno quel che succede ed intervenire solo in caso di estremo bisogno… il cazzo… se volevo una bestia del genere mi sarei tatuato un panzutissimo leone. No… la lupa allatta, mangia le feci e beve l’urina dei propri cuccioli per tenere la tana pulita e far sparire gli odori che attirerebbero altri predatori, lascia la tana per cacciare, torna col cibo, lo rigurgita, lo da ai piccoli prima e durante lo svezzamento. E poi esce dalla tana a tener pulito da nemici e minacce il territorio circostante, per evitare che predatori o umani mettano in pericolo i propri cuccioli. Nel mondo occidentale e nella cultura grafica occidentale, la prole della lupa diventa la famiglia, gli affetti più cari, le persone cui si vuol bene. Un simbolo di protezione che non conoisce confini di tempo e spazio, si declina a chilometri di distanza, ad anni di distanza a piani esoterici di distanza… quindi è anche cura della memoria dei defunti. O cura di chi, pur essendo forse sparito dall’orizzonte, è ancora vivo chissà dove e per il solo fatto di essere stato importante ha assunto un ruolo di cucciolo del branco. Anche e in età da cucciolo non lo è più. La lupa è anche una bestia fedele… e la fedeltà è un altro concetto molto importante. Per quanto brutti possano essere i torni subiti, per quanto inaccettabioli le sofferenze conosciute, la lupa resta lì a difesa… contro tutto e tutti… per il solo fatto di essere lupa e di provare un sentimento ed un bisogno di cura e protezione innata.

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Proprio per questo ho preteso la lupa a chiusura del mio braccio. Proprio per questo ho costretto il mio caro amico e tautatore Peppe Jack ad un lavoro importante di costruzione di un tratto, di un disegno… su modelli di studi differenti. Proprio per far parte del mio mondo attivo e non riflessivo, la lupa è stata posta sul braccio destro. A monito di tutti ed a ricordo imperituro per me, la lupa accenna solo un movimento con la testa bverso l’interno… ma resta ben piantata al centro del braccio… tutti lo sappiano… io debbo ricordarlo… he per quanto terribile possa essere stata la sofferenza patita, avevo un sogno… e voglio mantenerlo, declinarlo diversamente, ma non voglio smetere di ricordare di avere dei cari da proteggere, sempre, ovunque essi siano.

Anche in questo caso, a chiusura del tutto, un’onda che si innalza al di sopra dell’immagine. A domani per la descrizione di questo ultimo protagonista!

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A pensarci bene pure questo era parte due di un post scritto qualche giorno fa…

Sì perchè qui vedete l’altro soggetto non eseguito in rigoroso stile japan ma con una punticina di realismo figurativo. E va vista in accoppiata col samurai. Ora che il braccio si sarà rassettato ed il colore sarà uniforme vi farò vedere anche come stanno bene vicine tutte e due le figure. Intanto vi presento la Geisha… qui molto arrossata perchè il braccio era stato appena tatuato… alla fine dell’articolo troverete una foto delle due figure giustapposte, fatta dopo che i colori si sono scaricati… e potrete apprezzarne meglio lo spirito e la bellezza obiettiva del tratto… che Peppe è davvero un gran bravo artista!
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Allora innanzitutto qualche dettaglio prodromico sulla Geisha. In maniera assolutamente incolta nel mondo dei tatuati, purtroppo soprattutto dei tatuatori, la Geisha è vista semplicemente come una pin-up del sol levante. Aneddoto memorabile: un tizio arriva in uno studio e dice “Voglio tatuarmi qualcosa di serio… di “cattivo” – che è come dire aggressivo, eh! – ma bello!”. E il tatuatore comincia a proporgli i suoi grandi amori: teschi, demoni, cose così. E il ragazzo: “No, sai, è un po’ complicato… mia madre è molto religiosa…”. E il tatuatore che gli aveva tatuato una Geisha qualche mese prima gli fa: “Ma scusa ti sei tatuato una bucc^§ina la volta scorsa…”. Risa, grasse risa generali. Serviva la battuta, ma, no, la Geisha non è una mignotta. E non è una pin-up! E soprattutto non ha lo stesso significato della pin-up. Non è l’amante che ti aspetta a casa… che sarebbe la pin-up che i marinai ed i militari rincorrevano come idea del ritorno a casa. Non è la donna che ti aspetta, quella che nel gergo criminale si chiama la “femmina di colloquio”, se sei in galera. La Geisha non è niente di tutto ciò.

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Si sarà capito abbastanza bene che i tatuaggi japan nascondono significati molto allegorici dietro ciascuno di essi. Bene la Geisha, che nella tradizione giapponese è la “professionista del piacere non esclusivamente e non solo sessuale” che tu paghi per passare in ottima compagnia del tempo… tempo che non si riduce esclusivamente in una scopataccia ma si esplicita anche atraverso una chiacchierata erudita sul mondo dell’arte, del teatro, del cinema, della letteratura… e poi si esplicita in cerimonie, massaggi e tutte le forme della cura gentile di una donna nei confronti di un uomo…
…dicevamo la Geisha rappresenta le virtù umane quali la Cortesia, la Gentilezza, l’amore per la Grazia e per le Arti… associate a virtù quali la dedizione e la determinazione. La Geisha completa l’uomo nel permettere proprio a lui di vivere serenamente momenti di ricerca, di approfondimento. Dove la cultura maschile non arriva ecco la Geisha a supplire… dove la pratica della cortesia maschile non arriva ecco la Geisha a supplire.

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A ben pensarci, se la Pin-Up è il “riposo del guerriero” la Geisha è “la cura delle virtù di un uomo”…

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Io volevo completasse il discorso del samurai esaltando il mio modo di vivere tra la gente, la mia passione per le arti, il mio amore per la cortesia e la gentilezza d’animo nei confronti del prossimo. Ma soprattutto la mia inguaribile voglia di trasmettere le mie passioni agli altri, la missione di spiegare quel che curiosando trovo in giro. Il mio amore per la trasmissione del sapere e per l’insegnamento. Proprio per questo, pur se nascosta, la Geisha sta sul braccio destro che è quello dell’azione continua. E non sul sinistro…
Domani mettiamo l’ultimo pezzo realizzato sul braccio… poi parleremo del pezzo occulto ma sempre presente… che di sicuro avrete capito qual’è ma se non lo avete capito e volete provare a indovinarlo… solo nel giorno di pubblicazione di questo articolo chi lo indovina cince un “commentopompino”…

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La vostra curiosità di ieri è stata premiata oggi… eccovi la parte due del post di ieri…

Ebbene sì, non era difficile… ovunque ci sia una tigre, come nel titolo del film, ci deve stare per forza di cose ma proprio per forza un drago… un dragone bello e saggio e con l’aria un po’ tronfia e fumata. Non fidatevi di chi disegna i draghi incazzosissimi… i draghi non sono incazzosi, i draghi sono saggi! E si incazzano poco… sì vero, se si incazzano però…

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Ecco meglio non fare incazzare il drago. Il drago è la parte razionale del sè… Il signor Sigismondo Frodo parlerebbe del Drago come SuperIo… e siccome secondo la “professoressa” che mi segue… io c’avrei un problema di SuperIo ipertrofico, un problema con un certo SuperDomenico che sta lì bello nascosto attruppato dentro di me e a bella posta ogni tanto salta fuori e mi dice “Cazzo Domenico, così non va bene, così non sta bene, non si fa così… tu sei un bravo ragazzo, sei un uomo fatto, un uomo fatto non si comporta così Perdindirindina – che non bestemmia neppure – …”… allora io ‘sto cavolo di drago senza alcun timore e senza alcun rispetto l’ho messo lì, a bella posta. L’ho messo che guarda la tigre ma che sta fuori, per farsi vedere, perchè il mondo, tutto il mondo, ha sempre pensato di me “Quel bravo ragazzo, quel caro ragazzo, quell’anima bella!”. Senza che nessuno abbia mai conosciuto – e dunque avuto un minimo di tenerezza – per il pezzetto nero, per la tigre, che lì sotto, acuqartierata nel bosco dell’interno braccio, sta lì negletta, dimenticata da tutti, celata al mondo. E lo sapete cosa fa quella stronza quando decide di uscire fuori? Si incazza… ecco cosa fa!

E va a far lite col drago che invece è sempre lì, bello, sotto la vista di tutti, pronto a venir fuori, pronto a dirla tutta e fino in fondo la sua, convinto di essere come sempre l’eroe del giorno che tira fuori gli artigli e le fiamme e rimette tutto a posto. Tutto come vogliono gli altri, tutto come vuole il sentire comune, tutto come vuole la gggente.

Io dove sto? Probabilmente in quello spazio vuoto nel mezzo… che ho tempo qualche giorno per trovarci un minimo di soggetto da metterci… fosse solo un puntino, fosse solo una stella… non un fiore di ciliegio. Non un’onda!

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Sul braccio destro, insomma, ci sta tutto il mio grande conflitto… che è quello di tutti, figuriamoci, che sono io l’unico stronzo con un casino a livello di rapporto tra Es e Superio? Abbiamo tutti dentro una tigre e un drago che ci contendono, che ci dilaniano, che fanno del nostro povero cuore un campo di battaglia costante, continuo.

Ora… molte delle cose che mi sono successe nell’ultimo anno hanno a che fare con la tigre ed il drago che combattono tra loro. succede sempre nei momenti di crisi di ognuno. Crisi è sempre combattimento, no? Ecco, appunto. Io mi sono visto in un anno distrutto il paradiso in terra che avevo davanti agkli occhi. Un buon concorso con tutti i titolio perfetti per parteciparci e vincerlo… invece ha vinto il chitarrista che farà rock nelle periferie – Gesummaria una palla in fronte del primo mezzocalzino dei bulli della città vecchia, please! Una vita familiare da scrivere, stoppata sul nascere. Che volevi che non si scatenasse tutto questo stronzomerdosissimo conflitto dentro? Il drago dice la sua, la tigre dice la sua. Il drago è lì che ti dice: “Fiducia, che presto si svolta… cogli l’occasione, accogli lo stimolo che arriva… le difficoltà si superano!”. La tigre zitta zitta nel sottobosco ruggisce, invece… e ti mette di fronte alle tue paure. Ruggisce… e se la sentiste ruggire, nel profondo di quel luogo nascosto e proibito dov’è relegata da me e da tutti… beh capireste quanto fa male sentirla ruggire, quanto fa tremare i vetri delle pareti del cervello… quanto fa tremare la terra sotto i piedi. Quanto sia normale, dopo aver sentito il suo ruggito, andare in off… non capire più un cazzo… e finire allontanato dal blog e dalla vita per un po’ a leccarsi le ferite, a farsi rammendare. Che tra loro drago e tigre di me hanno lasciato intatto solo qualcosina. La tigre è Bunny di Platoon… quando parte in carica “Non ne lasciare uno in piedi Bunny!”… Il Drago è l saggezza e la pesantezza di un Catone il Censore… di un Cicerone che con compostezza afferma: “O tempora, o Mores!”… e dice che no, tu non devi avere paura… noin devi più tremare… anzi, devi lasciar andare le briglie, buttarti a capofitto… perchè tu sei buono, sei disponibile, sei gentile, sei comprensivo… e tutti possono fare ttto, tutto gli è concesso… tutti possono sbagliare… tu no, solo tu non puoi e non devi sbagliare. E per non sbagliare non devi tirare fuori nulla di quel che desideri… lascia fare agli altri. Loro sanno… e se loro sono contenti non soffrono… e tu non hai nulla da rimproverarti.

Posto che si sbaglia sempre in due… mai da soli, nei rapporti di coppia… forse il problema dopo quel che è successo, dopo aver vissuto nel sogno di un futuro bellissimo e della replica poossibile di un futuro bellissimo… è prendere atto che quel futuro è morto… che può esserne riscritto un altro… ma diverso, differente: stessa trama copione diverso. Plot diverso… posto che tigre e drago proiettano sempre tutto al futuro, paure e fiduce estreme… è il caso di zittirli entrambi e far palrare me che sono lo spazio negativo lì al centro e che è bene viva solo nel prsente….

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… quel drago sta lì di fronte a me perchè io lo odio… ma deve stare lì di fronte a me perchè lì sta, sempre sotto la vista di tutti… perchè è quel che tutti vedono di me. Deve stare posizionato così per fare discussione con la tigre. Lo spazio negativo… che lascerò negativo… sono io che dovreiu non già Non Lasciarmi Coinvolgere da loro… ma lasciar loro campo libero restando un po’ distante… facendo loro spazio, per permettere che si sbattano tra loro e che io possa guardarli da fuori, per essere arbitrop giusto e decretare ogni volta la vittoria di uno o dell’altro senza finirci per sotto. Comprendere le loro ragioni, farli ragionare, metterli attorno ad un tavolo perchè si riconoscano e firmino il trattato di pace volta per volta.

Il drago l’ho messo lì per ricordarmi quanto male mi ha sempre fatto, lui e la sua forza che ha sempre nascosto e tenuto a catena la tigre. Il drago è lì per ricordarmi che è già troppo visibile così… e che sono io a doverlo mettere e tenere un po’ più a cuccia!quarter-sleeve-tattoo

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Ecco insomma adesso ci sta un parte uno di due di un post… perchè il pezzo di oggi lo dovete immaginare attaccato a quello di domani…

Sì, perchè lo stile Japan come tutti gli stili rigorosi è fatto di enorme cura nel posizionamento dei pezzi – e lo avrete finora capito perchè se vi piace come scrivo e vi piace quel che scrivo non siete stronzomerdoni poi proprio qualsiasi – ed è fatto di enorme rispetto degli equilibri per cui questo pezzo qui deve essere sempre fatto sul corpo se è già presente o si è coscienti che bisognerà quanto prima che sia presente un altro… che è quello di cui parliamo domani.

Questa è una tigre… il fatto che sia in bianco e nero non vi faccia pensare che sia una tigre siberiana… immaginatevi lo spazio negativo cioè il colore della mia pelle, come fosse giallo del tigrato della tigre normale. A me i tattoo colorati non piacciono nemmeno per il cazzo!

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La tigre non è un elemento nativo della cultura giapponese… viene importata da quella cinese nel momento in cui le due culture hanno un periodo di contaminazione dovuto alla fusione forzata attraverso conquiste e commerci, delle due etnie, delle due storie, delle due vicende umane.
In Cina la tigre è solitamente sinonimo della forza bruta, cieca e distruttrice di Madre natura. Non è però la Natura in senso stretto, sebbene più la rappresentazione di un concetto astratto, non collegato ad una forma fisica o ad un essere esistente. La Tigre è energia pura, forza cieca, brutale, inarrestabile. La tigre, lungi dal rappresentare la disponibilità al dialogo ed al confronto, è invece la personificazione animale della battaglia senza risparmio alcuno, spesso portata fino alle estreme conseguenze. Fino alla morte. Tanto la tigre stessa è Immortale.

Si tratta di un soggetto dal peso e dalla importanza incredibile. Quando si parla di peso, nei tatuaggi, bisogna affrontare il significato proprio della parola peso: un tatuaggio non pesa, alla fine è inchiostro che va sottopelle per cui non è che pesi qualcsosa realmente. Il peso è quello che si avverte addosso quando ci si rende conto del significato che il simbolo porta con sè. Il tatuaggio della tigre è sostanzialmente pesantissimo. Cioè… tipo quando in Italia ti tatui il volto della Madonna della Pietà di Michelangelo sulla schiena e di colpo lo senti tutto il suo peso quando in spiaggia ti togli la maglietta per fare il figo. E ti senti come un confratello della confraternita della Morte che al sud sovrintende solitamente alle cerimonie liturgiche del venerdì santo… che è sotto, alla lena, a portare la statua di Maria Addolorata e dice “Cazzo se pesa ‘sta cosa…”. Ecco… la Madonna da portare addosso qui in un posto Cristiano… è pesante.

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Allo stesso modo, per me che non sono taoista o shintoista o cinesista o japanista… ma nelle energie e nella psicologia ci credo un fracchio e mezzo… lo sento quanto cazzo pesa la tigre addosso. Per dire, dopo la tigre io ho fatto delle scelte difficilissime, molto ponderate… scelte di cui ancora porto le cicatrici attualmente. Scelte cui sto cercando di porre rimedio con un percorso duro e faticoso… triste ma anche fatto di bellissimi sorrisi. E di consapevolezza. Ma la tigre, cazzo, la tigre pesa e ve l’assicuro. Tu stai dicendo in pochissime parole: Attenzione, qui davanti a voi avete una cazzo di bomba atomica innescata… e non è il caso di farla saltare su per l’orbe terraqueo. Sì, state ammettendo di essere pericolosissimi se disposti in qualche modo a cedere all’ira. E’ molto importante questo concetto… io chiamo sempre la rabbia Ira… perchè ancora adesso non riesco a prendere confidenza con l’umanità della rabbia come forma di protezione, proiettato sempre a vedere la rabbia con senso di colpa, come la religione ci ha insegnato chiamandola Ira, appunto. Proprio per questo ho deciso di tracciarla su di me… nascosta perchè me ne vergogno… rivolta verso chi mi guarda a monito di quel che rischio di essere… ma di tracciarla su di me per darle diritto di cittadinanza nella mia persona.

Le tigri vengono sempre tatuate in associazione ad un’altra bestia più o meno mitologica di cui parleremo domani. Questa associazione continua, citata in un film celeberrimo (oggi non si vince niente… ditemi solo “Io lo so qual’è…” ma non scrivetelo, non rovinate la sorpresa agli altri!) è rappresentata anche dal Tao, ossia da quel cerchio mezzo nero mezzo bianco che non significa “droga” o “eroina” come pensa qualsiasi drogato incolto anni ’80… cioè anche la maggior parte dei tossici di eroina attuali… ma che indica il dualismo continuo dell’animo umano. Ed il dualismo delle energie che governa il mondo. Ed il conflitto… che già Eraclito aveva detto essere il sale della vita. Io ovviamente ho deciso di tatuare la tigre perchè sapevo avrei fatto anche il tatuaggio di cui parlerò domani. Come vi ho spiegato la tigre sta nascosta nella parte superiore interna del braccio… l’altro animale…

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… ne parliamo domani!

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Vabbè niente, continuo la rubrica sui tatuaggi… che sono una cosa di cui mi piace palrare, riguardano me… e mi mettono in condizione di ritornare a scrivere e farmi venire le idee del caso per i prossimi post!

E niente… questo è il secondo pezzo che ho fatto sul mio corpo… ed è l’Hannya.

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Ora è chiaro che solo pochi di voi, tipo che so Cheliza, saranno in grado correttamente di capire di che cosa sto parlando. Quindi, niente, ci provo a spiegarvelo. Hannya è una maschera del teatro NO – si chiama così non prendetevela con me e rispettate i giapponesi che sono gente serissima – che simboleggia in nuce il tratto distruttivo e soprattutto autodistruttivo della gelosia femminile. L’utilizzo più celebre della maschera di Hannya, cioè la storia per cui veramente lei è diventata una star della cultura giapponese e successivamente delle braccia e delle gambe e delle schiene di un botto di persone, è la vicenda di Anchin e Kiyohime. Più ancora, però, la vicenda che ha reso Hannya popolare è proprio la storia di questa Hannya, che non si sa se sia vissuta davvero o sia un parto della fantasia di qualche Omero o Grimm con gli occhi a mandorla… fatto sta che lei c’ha un mito tutto suo, scritto per lei.
Hannya era la classica “Biondoddio con quella che ci farei…” ma non alla Tory Lane, più alla Levante o alla Bellucci… ecco, siccome dicono “proverbialmente bella” diciamo una tipo la Bellucci. Era una donna gentile e delicata, cioè quelle cose che fanno dire in Giappone “Biondoddio con quella che ci farei…” perchè obiettivamente dal punto di vista estetico, essendo loro quasi tutte uguali, è difficile usare i canoni estetici. E poi ve l’ho spiegato che sono persone attente a cosa più importanti, i nipponici. Non come noi che ci sposiamo solo se ce la guardano per strada.

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Un bel di questa Hannya conosce un samurai… cioè quel che sembra un samurai. In realtà il tipaccio era un mercenario. Uno stronzomerdone temprato sì da mille battaglie ma mica con tutto l’onore di un vero samurai o di un ronin qualsiasi. E questo vedendo sta “Biondoddio con quella che ci farei…” si mette a raccontarle un sacco di menate e se la ammalia… perchè si sa le donne più belle si innamorano sempre degli stronzi. Se sono sane di testa. Se sono pazze si innamorano delle brave persone e le conducono alla follia. O al pianto. Ci sono donne splendide rese pazze dagli stronzi che dopo decidono di rompere le palle ai bravi bambini… e questo è il peggio! Vabbè comunque… quindi Hannya si innamora di questo stronzo senza nome ma con uno spadone grossissimo, un’armatura scintillante e tutte le menate tipiche di un samurai… che poi non era samurai neanche per il cazzo. E Hannya non mangia più, non ride più, non dorme più, non beve più… si nutre solo dell’amore per lui e delle sue belle parole confidando sul fatto che “Cazzo, cioè, è un samurai… mica fa lo stronzo!”. E invece no, perchè un giorno Hannya va alla fonte a prendere l’acqua e sente due che stanno scopando a quel Biondoddio e tipo si avvicina e vede dai cespugli – senza farsi le pugnette però – che sono il samurai stronzo e mentitore di cui sopra, quindi il mercenario scopone ed un puttanazzo di quelle parti. E hannya si incazza, impreca contro Gesummaria shintoista, urla a quel Biondoddio sperando che a loro capiti un cazzinculogravissimo diverso da un rapporto anale… oppure che tipo a lei cresca il pisello e il cazzinculogravissimo capiti a lui… e se ne scappa verso la fonte.
Dove trova uno spirito supersaggio. Questi sono gli incontri che uno non dovrebbe mai fare nella vita. Se incontrate un giorno che vi è andata male qualcosa uno spirito supersaggio bestemmiategli i morti… mi ringrazierete! Lo spirito supersaggio gli fa: “Senti vuoi diventare immortale? Basta che mi dai la tua bellezza! Tanto che ti serve ora la bellezza? Hai amato in modo infantile ed hai conosciuto maturamente solo la gelosia… la bellezza non ti serve più!”. E lei accetta. E da “Biondoddio con quella che ci farei…” diventa quella cosa orribile e spaventosa che io mi sono messo sul braccio.

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A parte che diciamo è evidente che “o miuzos deloi” – e se non avete fatto il greco come lingua morta significa La favola insegna – che le pene d’amore fanno male alla vita e io tipo dovevo già averlo intuito da un annetto, visto che il tatuaggio è del 20equalcosa agosto 2014… a parte che la maschera simboleggia quanto ci si possa logorare e morire per le pene d’amore… l’Hannya ha un significato di contrasto fortemente beneaugurale quando viene riportato sulla pelle. Indica che ci si sente sotto l’assedio di “spiriti maligni” e che li si vuole scacciare con quella brutta faccia. Tipo tatuarsi cave canem (cioè attento al cane in quella lingua morta che è il latino antico). Se notate, Hannya è direttamente posizionata sotto la carpa… e quindi protegge la mia intimità dall’attacco di interverenze esterne… è lì messa a guardia di quelle virtù che io, non conoscendo, non so di possedere e dover difendere. Notate anche che è posizionata in direzione centrale… proprio perchè si tratta di una mia richiesta di intervento esterno e quindi non è qualcoasa che si muova verso di me o fuori di me. Sono io che sto chiedendo protezione. Ancora… e proprio per qusto, Hannya è sistemata con gli occhi e la bocca rivolti verso la mano, quindi, potremmo dire ” a offesa”, pronta a volgersi in mia difesa contro gli attacchi.

Le fasce decorative che collegano la coda della Koi alla maschera rappresentano la continuazione del percorso di lettura. Io fiorellini di ciliegio sono uno dei vari motivi decorativi che si possono scegliere nel completamento e nel riempimento di un lavoro in stile giapponese. Ki ho scelti per un loro sostanziale equilibrio di forma e perchè simboleggiano la primavera offrendo un buon augurio di fortuna generica per i tempi che verranno.

A chiudere il motivo, come fosse un ciclo, l’onda ancora una volta con la caratteristica forma. Dell’onda, come ormai è chiaro, parleremo alla fine del percorso.

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Vabbè quindi io comincio oggi la rubrica della durata di una settimana e qualche cosa sul tatuaggio… o meglio sulle mie braccia tatuate e su che cazzo significano. Così chi mi segue e chi mi legge, quando mi incontra, non mi fa ripetere tutta la storia… che ci vuole tempo!

Allora piano piano cominciamo a parlare degli scarabocchi che ho sulla mia pelle. Adesso posso farlo, ora che i “pezzi” sono tutti quanti sulle braccia e c’è solo da mettere i riempimenti. I pezzi sono otto, anche se a voi comunque sembreranno sette. Risultano otto perchè c’è un pezzo nascosto, stilizzato, che invece in motivo classico si ripete quasi in ogni pezzo che ho sul braccio… e guardandoli uno o uno ve ne accorgerete.
Ma di quest’ultimo parliamo a parte perchè ha un significato importante assai.

Tutti quanti i lavori sono stati eseguiti dall’artista del tatuaggio Peppe Jack, al secolo Beppe Cariello, nello studio Gioko’s Tattoo Shop di Barletta. L’inizo dei lavori data 26 giugno 2014 e la fine con le chiusure augurabilmente a maggio 2015. Del costo non si parla perchè non si mischia arte e denaro qui. Comunque nemmeno poi tanto. Credo, davvero, il giustissimo!

Altra premessa fondamentale. Per il lavoro sulle braccia ho scelto il linguaggio del tatuaggio giapponese tradizionale, se si eccettuano due pezzi che hanno un sapore un po’ più real del tradizionale in senso stretto. Li ho voluti differenziare leggermente per il semplice fatto che assieme costituiscono un unicum inscindibile. Ho scelto lo stile japan un po’ per mia indiscutibile propensione fascinosa verso la terra del Sol Levante, un p’ perchè utilizzare per iniziare lo stile siberiano, che era comunque il mio preferito, imponeva una serie di pezzi distaccati, senza grandi possibilità di utilizzare chiusure e riempimenti degli spazi bianchi che non mi seduceva affatto. Inoltre, il tatuaggio siberiano va praticato solo dopo un attentissimo studio dei significati e delle rispondenze, onde evitare spiacevoli equivoci e spiacevolissime avventure. E io guai ultimamente non ne voglio passaqre. Non escludo di utilizzare il siberian per una parte importante e rilevante come la schiena.

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Passiamo ai pezzi già pronti e sistemati. E cominciamo dal primo. E’ stato realizzato a giugno 2014 ed è, com’è chiaro dalla foto, una Koi, ossia una carpa giapponese. Lo so che tutti state dicendo: “Ah il Mortellaro (che bello il Mortellaro, lo diceva emmecci, chissà se lo dice ancora, mi sa di sì) si è tatuato la Carpa Koi!”. Beh, io fossi la Koi, la carpa, mi incazzerei di brutto. Che vi chiamo, per dire, Ysingrinus Ysingrinus o Lindae Luciani Lindae Luciani? No! E allora che cazzo ripetere a fare la Carpa Koi? Carpa è Koi in Giapponese. Koi è Carpa in italiano. Oh seh, basta!

La carpa fa bella mostra di sè come tutti gli altri tatuaggi sulle braccia. Le braccia sono la sede dell’azione diretta, dell’offesa e della difesa, della pace e del confronto con gli altri. Sono lo strumento attraverso il quale noi protestiamo attivamente la nostra presenza sulla Terra. Era giusto dunque che tutto quello che parlasse di come io sono e come mi relaziono al mondo, trovasse spazio sulle mie braccia.
Allora, sul braccio, precisamente quello sinistro, a partire dal gomito per arrivare alla spalla, in senso ascendente e verso sinistrorso, è disegnata la mia bella Koi, la mia bella Carpa. Salta dal fiume e si tuffa in un’onda ben visibile sulla spalla. Il movimento scelto ed il braccio scelto non sono casuali e sono frutto dell’attento studio di cui sopra vi ho parlato. Il lato sinistro del corpo, come ogni movimento che da destra va a sinistra, definisce un significato come inconscio, dice che una cosa sta nascosta dentro di te, parla di qualcosa che tu non sai, non vuoi, non riesci a vedere… ma ci sta. Tipo lato oscuro? Eh… secondo voi si dava del “sinistro” a cazzo alle persone misteriose? No. Perchè da che mondo è mondo la mancinità è sinonimo di cosa aliena, strana… e quel gran cazzaro di Freud lo diceva che sinistra è la regressione e quindi l’inconscio, l’immaturità, il non conosciuto. Allora la carpa sta a sinistra, cioè in un luogo dove io non sempre posso essere sicuro di vederla ed essere cosciente della sua presenza. Cioè, ora lo so, visto che la vedo ogni giorno. Eh… serve a questo tatuarsela, a dire che c’è. E serve a questo tatuarsela a sinistra, per dire a quelli che ne capiscono di tatuaggi e adesso anche a voi ignoranti stronzomerdoni, che io devo convicnermi che sta, ma ancora non lo so bene.

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Vabbè, dite voi: questo c’ha una carpa dentro e non lo sa? Sì… è così. Ma non basta. La carpa sale e non scende. E si muove verso sinistra. Liquidiamo subito la storia del movimento verso sinistra: se la carpa va in quella direzione non fugge dal centro ma ci corre verso, ossia si muove da fuori a dentro. Non porta via il suo significato, anzi lo conduce a me. Indi, siccome sta a sinistra e non lo dovrei sapere che c’è… lei salta verso di me e mi dice: “Cazzone! Sono qui… eh!”. Per questa ragione si muove verso dentro, sinistrorsa e non verso fuori, destrorsa. Perchè adesso che lo sto spiegando può sembrare strano, ma io volevo dirlo a me stesso il fatto della carpa, non fuori da me, quindi non aveva senso proiettarlo verso l’esterno. A me di quello che sanno gli altri di me, frega poco. Tranne per il fatto che mi sono scritto tutte ste cose di me che vi spiego passo passo addosso, ma questo è un altro discorso che vi sarà chiaro alla fine delle otto puntate sui miei tatuaggi (parte prima). La carpa inoltre sale e non scende. Si muove verso la testa e non già verso la mano. Perchè le cose che si muovono verso la mano sono sempre armi nelle tue mani contro gli altri. Se le cose le tieni porte verso di te indicano serenità, pace, disponibilità al dialogo. E non sembrerà… ma io sono persona parecchio pacata. Per dire, quando passate un coltello, un paio di forbici… come fate? Li porgete tenendoli dalla lama e al destinatario allungate il manico, no? Eh, lo stesso!

Allora la Koi dal fiume salta nell’onda che si alza, muovenodis usl lato sinistro del mio corpo salendo a sinistra. Quindi io voglio far sapere a me stesso, in senso dialogico, che… che la Koi, la carpa, è parte di me. E lo voglio fare senza che questo sia un pericolo per alcuno!
Mo… cos’è la Carpa?
La Carpa simboleggia nella cultura giapponese Coraggio, Disprezzo della Paura, Ardire di fronte al Pericolo, Orgoglio di fronte alla Morte e capacità di muoversi Controcorrente. La carpa è un pesce cazzutissimo, tenace e volitivo, sebbene spesso appaia come un pesce demente, brutto, ciccione e sostanzialmente imbolsito. Il cazzo! Imbolsito, stupido e brutto un par di palle. Nella cultura giapponese e segnatamente nella mitologia, la carpa è quel pesce che risale la corrente fino alla sorgente e poi… poi salta fuori. Tutti direte: coglione, salti fuori e muori! No, il cazzo! Perchè parliamo di mitologia, non di biologia. Fuori dalla sorgente, cioè alla sorgente della sorgente, ci sta la “porta del drago”… e chi passa la porta del drago diventa un drago. Una bestia saggia, immortale, invincibile. Per cui, cazzoni miei, la Carpa vive la sua vita tra mille pericolo per riuscire in quello in cui nessuno può riuscire, se non la carpa… cioè diventare drago, immortale, invincibile, il massimo!

Koi è un simbolo tipicamente maschile, carico di riferimenti alla virilità, alla alterità, alla determinazione. La gente spesso se lo tatua come dimostrazione di un carattere indomito e coraggioso. per cui nel tempo se la sono fatta addosso criminali, delinquenti e cazzoni di ogni sorta. Peccato! Koi come simbolo è anche utilizzato da chi, chiamato folle o stupido o peggio minchione dal resto della folla… decide invece di perseverare nei propri progetti spesso col solo scopo di dimostrare che infondo non è cretino, idiota o stupido, ma ha una cosciente visione di vittoria ed affermazione. Come dire: te la do io l’Apocalisse! E sfasci tuta la chiesa col martello in mano pur essendop un prete perchè tu, sì, lo hai capito dove si va a parare! La storia del coraggio e dello spregio del pericolo, inoltre, testimoniano una naturale predisposizione al ritrovarsi a fronteggiare i cazzinculo gravissimi a denti stretti… tipo quando ti chiedono l’ora e sono le otto meno venti e tu lo dici e quello ti risponde “apri il culo e stringi i denti!”, no? Eh, così: sempre disposti all’estremo sacrificio, però con in testa chiaro il fatto che non c’è da aver paura, c’è solo da viversela con orgoglio. IL fatto che io sia crollato nei gorni passati è normale… sarebbe successo a chiunque. Il problema è capire con che testa si riprende a camminare, se si vuole camminare, tra un po’.
Inoltre ed infine, la Carpa spesso ce la si mette addosso per simboleggare l’inizio di un percorso di vita che può condurre ad evoluzioni inattese e spesso ritenute impossibili dai più. Tipo che ti auguri che da un momento all’altro Gesummaria e Biondoddio si prendano per mano e ti prendano per mano in mezzo a loro e che quindi loro si tengono per mano grazie a te e ti danno la realizzazione della tua vita. Quindi, io lo tatuai quando due progetti seri cominciavano: uno di cuore, l’altro di lavoro. Quello di lavoro è andato bene… quello di cuore va zoppo attualmente, zoppo… ma questo vuol dire solo che la cosa vada affrontata da carpa e non da stronzomerdone qualsiasi.
Per ultima cosa… chi si tatua una Carpa sente di essere destinato a cercare sempre una corrente da sfidare… tipo fare il bastian contrario sempre. Io ho scelto la carpa, per dire Pablo Daniel Osvaldo ha detto: “A ‘sto punto mi faccio un salmone!”… io Osvaldo lo amo letteralmente pur non essendo un frocione… ma lui ama l’old school io il japan quindi tanto tanto il salmone per la carpa non lo potevo fare!

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Allora… io mo proprio esco da un periodo brutto. Un periodo fatto di paure e di angosce… soprattutto un periodo fatto del terrore e del timore dell’incertezza. Cioè… sono pure stato lontano di qui senza poterci tornare per questa storia della paura. Ancora non parlo bene per questa storia della paura. Ma voi non dovete guardare il momento singolo… ma il percorso. Mica la Koi ci mette un momento a fare tutto questo. Ci mette una vita… per cui, sì, sto vivendo questo momento atroce… ma è pur vero che, vuoi o non vuoi, nascosti dentro di me ci sono gli strumenti mille volte usati per fare fronte a questo momento. Ecco perchè l’anno passato scelsi la Koi per cominciare il percorso. Perchè, in un momento di debolezza in cui tutto attorno crollava, avevo la necessità di ancorarmi decisamente ad una certezza, una sola… che esattamente come le altre tante volte in cui mi ero sentito sotto le macerie, mi sarei rialzato, anche a costo di prendermi dai capelli… e mi sarei rilanciato oltre l’ostacolo. Ecco perchè da destra la carpa va a sinistra… perchè sono io il primo che deve sapere che dentro hha tutti gli strumenti per affronatre le crisi, anche quelle che fanno più paura!
Devo saperlo, devo affrontarle… devo saltare fuori dal fiume!

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Ah, sì, piccolo dettaglio non inisgnificante: la carpa è l’unico animale che fuori dall’acqua non rompe i coglioni e muore zitta, ferma ed in silenzio. Per questo si dice che anche ancora viva, sul tagliere dell’uomo che vuole farla a sushi non si muove… perchè non teme nemmeno la lama del suo carnefice. In realtà la carpa è un pesce furbo… trattiene l’ossigeno e non ne spreca dimenandosi… nella speranza di ritornare in acqua.
Ah sì, seconda precisazione: tanti disegnano la carpa drago, ossia la carpa con la testa di drago… per dire che loro sono già mezzi draghi, che ci stanno già arrivando. La mia scelta di una carpa che sta per spiccare il balzo nell’onda è invece il segno della mia profonda umiltà… ma di questo ne parleremo tra due incontri, ossia quando parleremo del terzo pezzo.

Per ora beccatevi questo sproloquio!

(Ah sì, la mia è l’ultima foto, col braccio ancora arrossato ed il fisico non proprio palestrato… ma comunque sono parecchio dimagrito da allora eh!)

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