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“Spezzeremo le reni alle barricate inconsce nei nostri sogni… Vincere! E vinceremo!” Ma portò male, come frase

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Sei sul treno, frecciaqualchecosa. Sai che il viaggio durerà lo spazio cosciente di due ore, poco meno. Il treno si appresta a partire. I soliti convenevoli tra te che resti muto e l’altoparlante che non smette di gracchiare senza dir nulla che ti interessi. Il treno non compie opera soste intermedie. A cosa serva ricordare la destinazione, adesso, proprio non lo sai. Di fianco a te, lei. Ordinaria se non fosse per un tacco giustunpoco fuori dal comune. Formalissima, se non fosse per uno spacco giustunpoco sensuale. E’ una balza di calza autoreggente quella che intravedo. Of course. Tu sapevi che lei ci sarebbe stata. Tu sentivi che lei ci sarebbe stata. Ti aspettavi di trovarla lì, ti aspettava, lo sai. Di fronte una signora anziana, compita, distinta. Sembra Jessica Fletcher. Il cappotto buono tirato giù dalla sbarra dell’armadio e sfilato dal cellophane che amorevole lo proteggeva. Un profumo dolce, antico. Un foulard non certo alla moda ma sempre tanto elegante. Due fedi giustapposte, un anello all’altra mano. Calze elastiche sul grigio, coprenti, scarpe di vernice lucida. Gente al seguito. Vecchia tempra abituata ad interessarsi con fama di dettagli ed enorme trasporot delle vicende dei commendatori, dei Doria, dei Lauro, degli Strozzi e dei Savoia. La donna di fianco, contrubante e discreta, tira fuori un tablet piccino. Digita su qualcosa. Sai già cosa. Lo sapevi… avrebbe avuto il tablet con sè. E il centimetro di balza sotto lo spacco. E quel tacco. Apri il libro che hai poggiato sul tavolinetto di fronte: Gang Bang di Chuck Palahniuk. “Sono Rambo39, tu sei Timidasperanza?“… sembra proprio così. Ed al terzo schiocco di sguardi, sempre più lunghi, maliziosi e sornioni… alla terza immagine che scorre ad arroventare lo spazio di aria tra i suoi ed i tuoi occhi, ipotenusa che si deforma e si restringe nell’avvicinarsi di voi due, vertici di quel triangolo, dove d’incomodo c’è solo il pubblico pagante di pixel adoranti dello schermo del tablet… cominci a chiederti perchè quella anziana e dignitosissima nonnetta senta il forte e compulsivo bisogno di sillabarti, per filo e per segno, in dialetto veneto – che tu non capisci se non fosse per il quantitativo osceno di volte che ci infila dentro senza ragione la parola sghei – la ricetta del calzone di scarole – che è un piatto campano della tua infanzia – tenendoti serrato il polso e muovendolo verso di sè e verso di te ad ogni sillaba.

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E’ del tutto evidente che il caso in narrazione ci introduce ad affrontare il curioso e delicato campo delle resistenze non coscienti che il superio dissemina anche nel sogno. In una forma maniacale di controllo tentato e spesso esercitato sulle nostre pulsioni, la componente di noi stessi più legata al concetto di dovere, di aspirazione, di moralità dissemina anche il percorso dei desiderata onirici di ostacoli e distrazioni che rendano plausibilmente impossibile il raggiungimento del desiderio inconscio. Spesso dettate da sensi di colpa stratificati o da fortissime imbrigliature morali delle pulsioni del sognante, queste barriere acquisiscono la forma di attori sul palcoscenico del sogno, portando all’interno della narrazione dettagli surreali, quasi sempre scollegati dal contesto onirico stesso e frequentemente carichi di richiami all’infanzia del sognante.

 

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Milf, mature dottoresse avvenenti e professioniste con estrema fame di sesso non esistono nella vita reale… memorandum 1

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Allora: scriversi “Il gessista è gay!” sul gesso che ti fascia da metà avambraccio fino a tutte le nocche non è tecnicamente la scelta più opportuna da fare quando hai una complicata – quand’anche risibile… e non so come i due aggettivi stiano bene assieme – frattura al settore V del metacarpo. Non è tecnicamente la scelta migliore per decorare il tuo gesso se andrai a toglierlo dopo 30 giorni dall’applicazione – perchè il gesso quando te lo mettono ti scrivono “applicazione di gg. x” dove x è il numero di giorni – soprattutto se ti è stato specificamente comunicato che “non è assolutamente garantito che una volta tolto il gesso non ci sia dolore nella parte interessata… perchè, si sa, il metacarpo è una delle zone più innervate del corpo”. Il cit. di cui sopra è dell’ortopedica più bella che io conosca, che abbia mai conosciuto. Purtroppo la mia storia d’amore – assolutamente non ricambiata che io sappia – è durata a contatto il tempo di una complicata applicazione di gesso. Platonicamente ho continuato a sognare di lei per qualcosa come tre mesi. Non ricambiato, che io sappia. Tuttora mi capita di svegliarmi e sognarla. Ancora. Again and again. Congelata in quella che era la sua bellezza quarantenne dell’epoca. Probabilmente, ormai quasi cinquantenne, sarà sfiorita. La memoria ha il prodigio di mantenere tutti congelati. E se belli, belli!

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Come mi ero rotto quell’osso è presto detto. Era stata una devastante serata alcolica di quel maledetto 2007… che tante ne ha portate nella mia vita di robe non proprio diritte. C’era una persona a me molto, mai troppo, cara che stava malissimo. E qualcuno, in quella serata alcolica, decise immotivatamente di cominciare a parlarne male. Io, che ero alcolico un po’ troppo, un po’ troppo alcolico, comunicai più di una volta che la misura era colma. Mi portarono fuori della stanza dove eravamo per evitare il contatto con quella persona che continuava a non voler smettere di parlare. Provarono a farmi ragionare e ragionai. Poi il deficiente uscì… e continuò. In un impeto di lucidissima chiarezza mi ripetei: “Domenico, questo sta sotto cura psichiatrica… lascialo stare, perdona, passaci su… questo sta peggio di te…”. Poi una parola di troppo attivò il tasto ES. Una parola di troppo stuzzicò la tigre che se ne sta buona buona nella penombra e osserva e ruggisce. Quel giorno ruggì parole chiare… complice l’alcool che, ormai è chiaro, mi fa emergere la tigre e fa fumare il drago così tanto che non riesce ad opporre propria resistenza alle intemperanze feline. “Perchè cazzo stai sempre a giustificare tutti? Quella è troia cocoainomane, quello è pazzo, quello sta peggio di te… ‘fanculo… fallo vedere per una buona volta chi sei… mordi…”. Questa storia del Mordi poi ve la spiego! Niente… mi avvicinai sorridendo. Sorrisi a bella posta. Sorrido sempre quando decido che devo menare, quando la misura è colma. Non perchè sono un vigliacco ma perchè in quei momenti, non so perchè, quel che adoro e mi carica e mi fa stare bene non è tanto tirare un cazzotto ma vedere la faccia stupita di chi se lo prende. Io so bene che c’è gente che legge di nascosto questo blog che adesso dirà “ho paura di quel che hai confessato non mi aspettavo questo risvolto”… ma io sono fatto così e non ha senso confessarsi diversamente. Niente… sorrisi, sorrisi di gusto. Tutti si scansarono. Pensarono tutti “Pace fatta…”. E partì il pugno. A sentire la dottoressa il giorno dopo, in sala gessi… ed a sentire il medico del pronto soccorso… per fortuna decisi che non lo avrei colpito in faccia ma che avrei schiantato il pugno a pochi centimetri dalla sua faccia, di lato, accanto alla tempia. Mal me ne incolse… c’era il muro di intonaco, pietrta, cemento. Fu uno schianto sordo. La faccia del tipo si stravolse in un’espressione inebetita, scioccata. I due amici lì vicino mi saltarono addosso e mi strinsero per portarmi via. Io sospirai: “Tutto ok… adesso non lo fa più…”. Non mi resi conto che avevo la mano rotta. In effetti quello la smise. E non ne parlammo nemmeno noi, più. E io non sentii subito il dolore. La sambuca, l’assenzio, la grappa stavano anestetizzando tutto. Cominciai a sentire che qualcosa non andava alle 4 di notte, quando cercando di prendere dalla tasca posteriore l’accendino… mi accorsi che avevo la mano gonfia e che non riuscivo a compiere il movimento giusto di torsione. “Cazzo fa male…”. Uno dei miei amici presenti si offrì il giorno dopo di accompagnarmi in ospedale.

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Referto alle 15:10 del pomeriggio: frattura… 30 gg di applicazione. “Hai tirato un pugno al muro, vero?” – “Sì” parlavo con il medico del pronto soccorso, che conoscevo perchè siamo della stessa cittadina. “Domè… che cazzo fai, tiri pugni ai muri? Il muro è stato più forte…” – “Oggi sì” e come sapete, l’idiozia di quella espressione mi fu subito chiara.
Quando fui in sala gessi cominciai a bestemmiare mentre il gessista cominciava a prepararmi per l’applicazione. Manipolva la mia mano senza alcuna cautela o grazia. Girava, rigirava…  mi faceva male. Ricordo bene di aver grugnito un “Mi rompo l’altra mano ma ti sfondo se continui così…”. Lui capì che non mentivo, che stavo soffrendo. Chiamò la dottoressa ad aiutarlo. Entrò lei. Un profumo dolcissimo Era bella, bella davero – e non eravamo in via dei pazzi numero zero – mora, capello leggermente mosso portato con enorme eleganza, il camice bianco, un foulard che le avvolgeva il collo pur se d’aprile… ed un trucco delicatissimo. Mi prese la mano nemmeno fosse stata una madonnina. Sentii un contatto caldissimo, quasi terapeutico. Si era sfregata le mani manco mi stesse per fare un massagio. Poi delicatamente cominciò a chiamarmi Gioia… e che bello era sentire quel Gioia ripetuto con delicatezza, per mettermi a posto. Io la guardai cercando di trovare dentro tutto il coraggio che avevo, volevo fare bella figura. Le dissi “Faccia dottoressa, lei può farmi davvero tutto…”. Mi resi conto solo allora dell’equivocità di quella espressione. Mi sollevai la polo verde militare che indossavo e strinsi in bocca il lembo inferiore. Soffrivo da cani ma stavo fermo. La lasciavo fare con quella tenerezza comprensiva e quella comprensione dolcissima farcita di “Gioia mia” e simili. Dieci minuti di sofferenze atroci e splendide sensazioni di innamoramento. Quanto avrei pagato perchè in quel momento lei non avesse una fede al dito. E invece niente. Fu lei a dirmi, poco dopo: “Tesoro mio ascoltami… tu hai tirato un pugno praticamente perfetto visto dove ti sei rotto… ma con quella energia se colpivi una faccia… tu quello lo uccidevi…”. Come a dirmi di stare attento con le mani la prossima volta. Annuii con la faccia seria… la divoravo con lo sguardo.

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Non l’ho più vista. Tornai per togliere il gesso. Speravo ci fosse lei. Entrai in sala gessi baldanzoso: frattura rientrata, togliamo. Lo toglie lei. Avevo portato tre rose in un mazzetto. Erano per lei. Ero convinto me lo avrebbe tolto lei. Invece… invece trovo il gessista di un mese prima… e non lei. Entro. Chiedo della dottoressa. Chedo espressamente di lei. “Torna la settimana prossima.”. Faccio il pari e dispari “Vabbè allora lo tolgo la prossima settimana…”. Eh no, bello mio fatta la radiografia non potevo uscire ancora col gesso. E il gessista si accanì su di me per quella scritta. Ed io maledissi con veemenza la stronza cocainomane che due settimane prima, dopo una serata ed una nottata oscena, aveva deciso di vergare sul mio gesso, all’altezza delle vene, la frase “Il gessista è gay!”. E io non ho più rivisto la splendida ortopedica. Credetemi… non ho più tirato un pugno ad un muro, non come quello lì. Perchè non ho più nemmeno la consolazione di ritrovare lei a chiamarmi Gioia, a manipolarmi dolcemente la mano… a dirmi ancora che devo stare attento a come tiro i pugni. E giuro che in questi giorni vorrei farlo ad ogni ora… ma lei non c’è… non ci sarebbe… e non c’è più nemmeno chi ti sta accanto giorno dopo giorno… perchè sembra così lontano, così distante… e basta, oggi basta!

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La vostra curiosità di ieri è stata premiata oggi… eccovi la parte due del post di ieri…

Ebbene sì, non era difficile… ovunque ci sia una tigre, come nel titolo del film, ci deve stare per forza di cose ma proprio per forza un drago… un dragone bello e saggio e con l’aria un po’ tronfia e fumata. Non fidatevi di chi disegna i draghi incazzosissimi… i draghi non sono incazzosi, i draghi sono saggi! E si incazzano poco… sì vero, se si incazzano però…

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Ecco meglio non fare incazzare il drago. Il drago è la parte razionale del sè… Il signor Sigismondo Frodo parlerebbe del Drago come SuperIo… e siccome secondo la “professoressa” che mi segue… io c’avrei un problema di SuperIo ipertrofico, un problema con un certo SuperDomenico che sta lì bello nascosto attruppato dentro di me e a bella posta ogni tanto salta fuori e mi dice “Cazzo Domenico, così non va bene, così non sta bene, non si fa così… tu sei un bravo ragazzo, sei un uomo fatto, un uomo fatto non si comporta così Perdindirindina – che non bestemmia neppure – …”… allora io ‘sto cavolo di drago senza alcun timore e senza alcun rispetto l’ho messo lì, a bella posta. L’ho messo che guarda la tigre ma che sta fuori, per farsi vedere, perchè il mondo, tutto il mondo, ha sempre pensato di me “Quel bravo ragazzo, quel caro ragazzo, quell’anima bella!”. Senza che nessuno abbia mai conosciuto – e dunque avuto un minimo di tenerezza – per il pezzetto nero, per la tigre, che lì sotto, acuqartierata nel bosco dell’interno braccio, sta lì negletta, dimenticata da tutti, celata al mondo. E lo sapete cosa fa quella stronza quando decide di uscire fuori? Si incazza… ecco cosa fa!

E va a far lite col drago che invece è sempre lì, bello, sotto la vista di tutti, pronto a venir fuori, pronto a dirla tutta e fino in fondo la sua, convinto di essere come sempre l’eroe del giorno che tira fuori gli artigli e le fiamme e rimette tutto a posto. Tutto come vogliono gli altri, tutto come vuole il sentire comune, tutto come vuole la gggente.

Io dove sto? Probabilmente in quello spazio vuoto nel mezzo… che ho tempo qualche giorno per trovarci un minimo di soggetto da metterci… fosse solo un puntino, fosse solo una stella… non un fiore di ciliegio. Non un’onda!

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Sul braccio destro, insomma, ci sta tutto il mio grande conflitto… che è quello di tutti, figuriamoci, che sono io l’unico stronzo con un casino a livello di rapporto tra Es e Superio? Abbiamo tutti dentro una tigre e un drago che ci contendono, che ci dilaniano, che fanno del nostro povero cuore un campo di battaglia costante, continuo.

Ora… molte delle cose che mi sono successe nell’ultimo anno hanno a che fare con la tigre ed il drago che combattono tra loro. succede sempre nei momenti di crisi di ognuno. Crisi è sempre combattimento, no? Ecco, appunto. Io mi sono visto in un anno distrutto il paradiso in terra che avevo davanti agkli occhi. Un buon concorso con tutti i titolio perfetti per parteciparci e vincerlo… invece ha vinto il chitarrista che farà rock nelle periferie – Gesummaria una palla in fronte del primo mezzocalzino dei bulli della città vecchia, please! Una vita familiare da scrivere, stoppata sul nascere. Che volevi che non si scatenasse tutto questo stronzomerdosissimo conflitto dentro? Il drago dice la sua, la tigre dice la sua. Il drago è lì che ti dice: “Fiducia, che presto si svolta… cogli l’occasione, accogli lo stimolo che arriva… le difficoltà si superano!”. La tigre zitta zitta nel sottobosco ruggisce, invece… e ti mette di fronte alle tue paure. Ruggisce… e se la sentiste ruggire, nel profondo di quel luogo nascosto e proibito dov’è relegata da me e da tutti… beh capireste quanto fa male sentirla ruggire, quanto fa tremare i vetri delle pareti del cervello… quanto fa tremare la terra sotto i piedi. Quanto sia normale, dopo aver sentito il suo ruggito, andare in off… non capire più un cazzo… e finire allontanato dal blog e dalla vita per un po’ a leccarsi le ferite, a farsi rammendare. Che tra loro drago e tigre di me hanno lasciato intatto solo qualcosina. La tigre è Bunny di Platoon… quando parte in carica “Non ne lasciare uno in piedi Bunny!”… Il Drago è l saggezza e la pesantezza di un Catone il Censore… di un Cicerone che con compostezza afferma: “O tempora, o Mores!”… e dice che no, tu non devi avere paura… noin devi più tremare… anzi, devi lasciar andare le briglie, buttarti a capofitto… perchè tu sei buono, sei disponibile, sei gentile, sei comprensivo… e tutti possono fare ttto, tutto gli è concesso… tutti possono sbagliare… tu no, solo tu non puoi e non devi sbagliare. E per non sbagliare non devi tirare fuori nulla di quel che desideri… lascia fare agli altri. Loro sanno… e se loro sono contenti non soffrono… e tu non hai nulla da rimproverarti.

Posto che si sbaglia sempre in due… mai da soli, nei rapporti di coppia… forse il problema dopo quel che è successo, dopo aver vissuto nel sogno di un futuro bellissimo e della replica poossibile di un futuro bellissimo… è prendere atto che quel futuro è morto… che può esserne riscritto un altro… ma diverso, differente: stessa trama copione diverso. Plot diverso… posto che tigre e drago proiettano sempre tutto al futuro, paure e fiduce estreme… è il caso di zittirli entrambi e far palrare me che sono lo spazio negativo lì al centro e che è bene viva solo nel prsente….

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… quel drago sta lì di fronte a me perchè io lo odio… ma deve stare lì di fronte a me perchè lì sta, sempre sotto la vista di tutti… perchè è quel che tutti vedono di me. Deve stare posizionato così per fare discussione con la tigre. Lo spazio negativo… che lascerò negativo… sono io che dovreiu non già Non Lasciarmi Coinvolgere da loro… ma lasciar loro campo libero restando un po’ distante… facendo loro spazio, per permettere che si sbattano tra loro e che io possa guardarli da fuori, per essere arbitrop giusto e decretare ogni volta la vittoria di uno o dell’altro senza finirci per sotto. Comprendere le loro ragioni, farli ragionare, metterli attorno ad un tavolo perchè si riconoscano e firmino il trattato di pace volta per volta.

Il drago l’ho messo lì per ricordarmi quanto male mi ha sempre fatto, lui e la sua forza che ha sempre nascosto e tenuto a catena la tigre. Il drago è lì per ricordarmi che è già troppo visibile così… e che sono io a doverlo mettere e tenere un po’ più a cuccia!quarter-sleeve-tattoo

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